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Intervista al regista Paolo Gaudio

La ricerca artistica di Paolo Gaudio ruota intorno al genere fantastico, regista e animatore, da quest’anno sarà docente del nuovo Master in stop-motion che si terrà presso la Rainbow Academy. Dopo gli studi umanistici in filosofia presso l’Università della Calabria, la sua formazione dirotta verso l’universo della regia cinematografica alla NUCT (Nuova Università di Cinema e Televisione) di Roma.
Sono convinta che la sua esperienza e il suo talento siano stimolanti per chiunque voglia sostenere la causa dell’animazione e del genere fantastico in questo Paese.

 

 

Come nasce il tuo amore per l’animazione e precisamente per la stop­motion?

Da bambino ero solito vedere film come ‘Simbad’ o ‘Gli Argonauti’,  li adoravo. Tuttavia, i mostri mitologici che gli eroi di queste  pellicole combattevano, mi terrorizzavano sul serio. Medusa, Hydra, le Arpie o l’esercito degli scheletri erano davvero spaventosi ai miei occhi, così mio padre cercò di  tranquillizzarmi, confidandomi che si trattava di puppazzi di carta e non di veri mostri. Questa rivelazione mi colpì  profondamente, tanto da spingermi nel tempo a volerne sapere sempre di più circa questa “carta animata” e a innamorarmi  perdutamente del cinema, dell’animazione e del passo uno.

 

Durante gli anni della tua formazione, quali sono stati i tuoi  punti di riferimento o i tuoi idoli?

Facile: da Tim Burton a Terry Gilliam, passando per John Carpenter, Joe Dante e Robert Zemeckis, fino a raggiungere JeanPierre Jeunet e Michael Gondry. Ovvero, tutti quei cineasti che hanno lavorato sulla fantasia e sull’avventura. Sono stato molto condizionato dai loro film e ancora oggi mi sento legato a quella visione che ha caratterizzato gli anni ’80 e che poneva il fantastico all’interno del quotidiano. Lo straordinario nell’ordinario di tutti i giorni. Inoltre, non posso non menzionare il lavoro di due giganti della stop­motion: Ray Harryhausen e Phil Tippett. Magnifico.

 

Parlaci dei tuoi successi nel campo dell’animazione, come nascee  “Fantasticherie di un passeggiatore solitario”?

Nasce principalmente dalla passione e dall’amore che nutro per il cinema fantastico e successivamente come reazione a un fallimento produttivo di un mio cortometraggio che ho dovuto sopportare e che ancora adesso faccio difficoltà a digerire. “Fantasticherie…” è  stato un viaggio complesso, doloroso ed esaltate che mi ha condotto a realizzare un film anarchico e libero che nessuno voleva che facessi. Sono stati quattro anni faticosi che mi hanno  messo a dura prova, non solo da un punto di vista professionale ma anche da quello personale e affettivo. Durante questo cammino ho interrotto rapporti d’amicizia importanti e ne ho intrapreso di nuovi. Ho scoperto tante cose di me che non mi piacciono e che devo cambiare e molte altre che devo proteggere e far prosperare. Tutto questo fa di questa mia prima opera un’esperienza molto formativa per me e impossibile da ripetere. Il film, nonostante le  molte difficoltà, è stato accolto molto bene dal pubblico e dalla critica, trovando distribuzione nazionale – ma presto anche  all’estero :)­ e spazio in oltre 30 Festival internazionali. A oggi ha ricevuto 11 premi in giro per il mondo e questo percorso  festivaliero continuerà fino ai primi mesi del 2017.

 

Durante il tuo percorso professionale hai avuto modo di  interfacciarti con contesti internazionali, quali sono le differenze sostanziali incontrate all’estero e come credi che in Italia si possa fare per migliorare le possibilità in questo settore?

Il limite maggiore, a mio avviso, è l’assenza di un vero sistema produttivo e distributivo capace di emanciparsi da iniziative isolate – come la mia d’altronde – di registi o produttori, consentendo al nostro cinema di sfruttare tutto il proprio potenziale creativo e imprenditoriale. In questo momento il nostro Paese persevera nella realizzazione di progetti troppo simili l’uno con l’altro, mentre filmografie estere hanno la possibilità, le leggi per lo spettacolo, il mercato e il coraggio di proporre cose differenti al pubblico di tutto il mondo. Il Genere ha sempre rappresentato un linguaggio adatto al grande pubblico, capace di superare i confini del proprio territorio di origine. Mentre, da troppi anni in Italia è diventato spazio per cineasti coraggiosi di ricerca e per un pubblico di nicchia. Tuttavia, qualcosa sembra muoversi, ad esempio nel Genere Crime e questo mi fa sperare che possa accadere anche con l’animazione o il fantastico. Nel mio piccolo, proverò con tutte le mie forze a contribuire che questo cambiamento avvenga.

 

Tra pochi mesi partirà il nuovo Master in Stop­motion che ti vedrà coinvolto come docente, cosa pensi possa offrire questo master rispetto ad altri percorsi di formazione?

Innanzitutto, si volge all’interno di uno Studio tra i più importanti e attivi dello Stivale: Rainbow CGI. Gli studenti faranno lezione dove animatori professionisti realizzano cartoni animati distribuiti su scala internazionale. E’ un’occasione straordinaria per confrontarsi direttamente con il mondo del lavoro, durante il periodo di formazione, verificando da subito dinamiche riscontrabili in ogni studio d’animazione del mondo. E’ un’opportunità che solo l’Academy di Rainbow può offrire e che nessun altro corso, workshop o simili può vantare. I nostri iscritti non solo acquisiranno tutto ciò che si deve sapere sul passo uno, ma avranno anche la possibilità di confrontarsi con professionisti, produttori e registi che ogni giorno sono impegnati nel loro lavoro nello Studio.

 

Il nuovo Master permetterà agli alunni di realizzare un film in  stop­-motion di alta qualità, si potrebbe già anticipare qualcosa sulla trama della storia che dovrà essere animata o è ancora troppo presto? 

L’unica cosa che posso dirti che ogni iscritto, nella seconda metà  del corso, avrà l’opportunità di essere inserito come animatore nella produzione di un progetto in stop­-motion di ultima generazione ­ replacement animation, al fine di mettere in  pratica tutti gli insegnamenti teorici acquisiti durante la prima parte. Tuttavia, non si tratta di un corto personale e relativo,  ma di un progetto collettivo da sottoporre allo Studio come svilluppo di un nuovo lungometraggio animato. Il look è quello di un fantasy epico ispirato al lavoro di Frank Frazetta, un po’ Conan il Barbaro, un po’ John Carter da Marte. Sarà davvero molto divertente.

 

Parlaci dei tuoi progetti attuali o futuri.

Sto sviluppando una serie animata in stop­motion per l’infazia e  parallelamente, sto cercando di mettere in piedi il progetto su Lovecraft che rincorro da tempo. Mi riferisco a “DAGON”,  adattamento in salsa action anni ’80, di due racconti tratti dal  “Ciclo di Cthulhu”. Scharzy vs Cthulhu, rigorosamente in claymation.

 

Barry Purves

Barry Purves è uno dei più noti animatori di stop-motion inglesi. Con i suoi film ha vinto oltre sessanta importanti premi internazionali tra cui Grand Prix, Miglior Regia, Miglior Film, nomination all’Oscar e al premio BAFTA. Vanta un numero altrettanto considerevole di spot pubblicitari che sono circa una settantina tra sequenze di titoli, inserti d’animazione per film e videoclip musicali.
Nel 2008 pubblica il suo libro più importante dedicato alla stop-motion intitolato “Stop Motion: Passion, Process and Performance” in cui spiega i processi fondamentali della tecnica includendo molte sagge osservazioni.
Oltre ad essere un grande sostenitore della stop-motion è senza dubbio un autorevole maestro sempre pronto a raccontare il mondo dell’animazione tradizionale attraverso corsi di formazione per animatori, numerose interviste televisive, documentari e articoli per riviste e libri. Ha tenuto workshop di animazione in tutto il mondo e in tutti i principali studios americani, tra cui Dreamworks, PDI, Pixar e Will Vintons. Durante i workshop predilige focalizzarsi molto sull’aspetto legato all’azione, al movimento e al timing, tutti elementi fondamentali che permettono di aggiungere ai personaggi una forte carica attoriale.
Abbiamo postato “Screen Play” un cortometraggio di estrema bellezza in cui sono visibili molti dei virtuosismi che caratterizzano Barry Purves, grande maestro dell’animazione in stop-motion.

 

Michel Gondry e il suo stile retrò

Michel gondry è un regista francese nato nel 1963 a Versailles, vive tra Parigi e Brooklyn. Il suo legame con il mondo della stop-motion oltre ad emergere attraverso svariati lavori, è stato palesato in occasione di un concorso, indetto dallo stesso regista, in cui invitava i suoi partecipanti a realizzare un cortometraggio con la medesima tecnica.

Attualmente è considerato tra i registi più sperimentali e creativi della produzione cinematogafica internazionale. Oltre ad aver prodotto e girato diversi film, ha realizzato anche numerosissimi spot pubblicitari e videoclip musicali.

Ciò che caratterizza la tipica scena di Gondry è la presenza di giochi ottici dei quali si serve per coinvolgere lo spettatore fino a destabilizzarlo.

gondryfoto

Altera la gravità per portare scompiglio alla normalità e analizza dettagliatamente alcuni momenti della vita con una visione ludica e persino romantica che rendono variopinta la sua ricercata psichedelia.

Per la realizzazione degli effetti speciali padroneggia superbamente tecniche digitali, ma predilige un approccio retrò attraverso il bricolage che utilizza per costruire manualmente moltissime sue scenografie e trucchi di scena. Gondry ammette questa sua preferenza connettendola al suo sogno d’infanzia di diventare un inventore come suo nonno. In una recente intervista ha dichiarato di essere stato profondamente segnato sin dall’adolescenza dal romanzo di Boris Vian  “La schiuma dei giorni” dal quale è stato tratto l’ultimo dei suoi film.

Vian fu uno dei maggiori esponenti della cultura parigina dello scorso secolo e Gondry ha sempre cercato di inserire la sua influenza all’interno delle sue opere. Il film nasce da una richiesta di alcuni produttori francesi che Michel ha accettato con coraggio quasi come una missione interpretando persino il ruolo del medico in qualità di attore. Non è la prima volta che vediamo Gondry sotto queste vesti, il film è uscito recentemente anche nelle sale italiane. Tra altre sue importanti pellicole vi sono “L’arte del sogno”, “Se mi lasci ti cancello”, mentre tra i videoclip musicali ricordiamo “Bachelorette” realizzato per Bjork e “Fell in love with a girl” per gli White Stripes. Michel Gondry è stato considerato un genio da molti, compresi i suoi colleghi Spike Jonze, Roman Coppola e Joseph Kahn.

 

Yuri Norstein

Dopo aver parlato della cutout animation, è opportuno presentare l’animatore russo Yuri Norstein, uno dei maestri assoluti di questa tecnica, il quale fu insegnante di un regista citato precedentemente ovvero Alexander Petrov .

Yuri Norstein nacque nel 1941 ad Andreyevka, ad ovest di Mosca, quando suo padre, che era ebreo, scappò dall’invasione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale.
A Norstein piacque da sempre disegnare e dipingere, perciò studiò presso un scuola d’arte, ma i suoi primi passi professionali li fece in una fabbrica di mobili. Decisè di fare un corso di animazione della durata di due anni ed in seguito nel 1961 trovò lavoro presso la Soyuzmultfilm.
Inizialmente iniziò come animatore di opere di altri autori, fino al 1968 anno in cui realizzò il suo primo lavoro da regista “25-pervyyden” ( 25 ottobre, il primo giorno ) coodiretto con Arkadii Tyurin.

Nei lavori di Norstein colpisce l’atmosfera che imprime ad ogni fotogramma, così come il suo stile personale e la sua grande padronanza tanto con il disegno che con la pittura. Un altro punto che emerge nell’opera di Noistein è la musica. Sotto questo aspetto dimostra di aver raffinatezza e ed enorme sensibilità nella selezione delle colonne sonore per i suoi cortometraggi.
In quanto alla tecnica, Yuri Norstein è un maestro assoluto nell’utilizzo della cutout animation , tecnica con la quale consegue risultati sorprendenti. Nonostante la tecnica in cutout preveda la bidimensionalità , Norstein tuttavia dota i suoi lavori di tridimensionalità per mezzo della camera a multipiano , alla quale dobbiamo le antenate produzioni in 3D. La camera multipiano consiste sostanzialmente nel collocare la fotocamera con obiettivo rivolto verso una serie di lastre di vetro, poste in diversi livelli tra loro in maniera distaccata, sulle quali, dopo aver collocato i componenti della scena, conformare la profondità. Il procedimento oltre ad essere lento è anche difficile da effettuare da soli, questo perché bisogna coordinare i movimenti dei vari piani tra loro. Se eseguito correttamente però, il risultato è molto professionale e di grande impatto.

Queste lastre di vetro possono essere spostate a proprio piacimento sia orizzontalmente che verticalmente, lo stesso vale per la direzione di ripresa.

Tra i suoi lavori più importanti vi sono “Skazka skazok” del 1979 ( Il racconto dei racconti ), in cui riesce ad esprimere l’eternità del tempo attraverso la ciclicità di un pre-ricordo di infanzia. Quest’opera, pluripremiata dall’anno della sua uscita nel ’79 sino allo Zagreb Word Festival of Animated Films del 2002, fu riconosciuta al Los Angeles Olympic Arts Festival nel ’84 come il più bel film di animazione di tutti i tempi.

Di notevole importanza è anche il dolcissimo cortometraggio  “Ёжик в тумане” del 1975 ( Il riccio nella nebbia ) anche quest’ultimo molto amato dal pubblico, il grande regista giapponese Hayao Miyazaki lo considera uno dei suoi film animati preferiti.
Il riccio e la nebbia” sprigiona un’incantevole poesia raccontata dalla paura dell’ignoto, provata da un semplice riccio, il cui smarrimento viene da noi rielaborato con assoluta tenerezza. Norstein riesce in qualche modo, attraverso molti suoi lavori, a metterci in contatto con la nostra parte smarrita per riabbracciarla e riportarla al calore di un antico focolare.

 

 


 


 

 

Reynold Reynolds (Artstudio Reynolds)

Reynold Reynolds è nato nel 1966 a Central Alaska, è un artista della video arte unico nel suo genere ad interpretare le angosce del mondo contemporaneo attraverso un senso estetico molto raffinato ma anche grazie ad un approccio tecnico esemplare.
Durante gli studi universitari presso l’Università del Colorado a Boulder, Reynolds ha studiato fisica seguendo i corsi di Carl Wieman (Premio Nobel per la Fisica 2001). Dopo la laurea, inizia rivolgere l’attenzione allo studio dell’arte rimanendo altri due anni a Boulder per studiare regia sperimentale. Successivamente trasferitosi a New York, completa un Master presso la School of Visual Arts. Il suo medium artistico diviene la pellicola a 16 millimetri che utilizza per creare installazioni, documentari e film sperimentali.
Ha ottenuto diversi riconoscimenti a festival internazionali come il Black Maria Film Festival e il Sundance Film Festival, dal 2004 Reynolds è docente presso l’Accademia Americana a Berlino.

Cit. Albrecht Dürer – griglia prospettica

La sua ricerca abbraccia filosofia, scienza, tecnologia e tempo, ciò gli permette di indagare sugli aspetti della trasformazione del consumo e il degrado.
Per i suoi video utilizza la tecnica della stop-motion e il time-lapse che unisce in maniera del tutto innovativa creando situazioni temporali quasi claustrofobiche.


La time-lapse è una tecnica cinematografica nella quale la frequenza di cattura di ogni fotogramma è molto inferiore a quella di riproduzione. A causa di questa discrepanza, la proiezione con un frame rate standard di 24 fps fa sì che il tempo, nel filmato, sembri scorrere più velocemente del normale. Mediante questa tecnica è possibile documentare eventi non visibili ad occhio nudo o la cui evoluzione nel tempo è poco percettibile dall’occhio umano, come il movimento apparente del sole e delle stelle sulla volta celeste, il trascorrere delle stagioni, il movimento delle nuvole o lo sbocciare di un fiore.


Cura profondamente le scene e la fotografia con fotocamere digitali e pellicole da 16mm, richiedendo la presenza di attori professionisti che si muovono all’interno del set cinematografico.
In Secret Life (2008) ritrae una donna intrappolata in un appartamento che potrebbe simbolicamente rappresentare la propria vita o i propri pensieri.
In questo lavoro è presente uno degli elementi protagonista delle sue opere, il tempo, percepito come nuova realtà, destrutturato delle proprie caratteristiche, diviene presenza osservatrice.
Nel video la donna non è più limitata alla propria visione da unica occupante l’appartamento, ma viene scorta in maniera ossessiva dall’occhio del tempo. Una relazione che si intreccia in uno spazio sempre più ridotto e degradato. La mente di lei crolla e trascura l’organizzazione delle sue esperienze abbandonandosi alle sole sensazioni spazio-temporali. Mentre lo spazio si trasforma e prosegue nella sua attività, la protagonista diviene sempre più passiva. I suoi pensieri, la sua nuova fuga, prendono vita crescendo come le piante che popolano lo spazio attorno a lei.

Tra le opere di Reynolds vi sono anche: Six Easy Pieces 
(2010); Secret Machine ( 2009 ) ; Six Apartments (2007) ; Sugar (2005) ; Burn (2002); The Drowning Room (2000) ; Seven Days Til Sunday (1998).


Nell’ottobre 2011 l’artista ha tenuto un worklab a Bologna, rivolto ai giovani  artisti  e studenti appassionati alle tecniche video. Il laboratorio video, dal titolo Live stop-motion filming è stato organizzato dall’Associazione culturale “Nosadelladue” , era ambientato nelle atmosfere degli anni 30 del Novecento nonchè nelle surreali situazioni tipiche del video-maker americano. I partecipanti si sono comportati come in un set cinematografico, davanti e dietro l’obiettivo, curavano le scene, la recitazione, la fotografia, la regia, i movimenti di camera e la post-produzione digitale.

Nathalie Djurberg

 

Nathalie Djurberg, nata in Svezia nel ’78, ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Malmö ed è attualmente una video-artista tra le più acclamate al mondo.
La sua carriera è profondamente intrecciata a quella del musicista Hans Berg che da sempre crea le colonne sonore dei suoi video.
Il loro speciale sodalizio, iniziato verso la fine degli anni ’90, gli ha reso numerosi riconoscimenti in ambito artistico a livello internazionale.
La claymation è il medium attraverso il quale l’artista riesce rendere profondamente il proprio immaginario.
I temi trattati dalla Djurberg ruotano attorno alla drammaticità dei forti contrasti, situazioni surreali che evocano sensazioni arcaiche di erotismo, violenza e sopraffazione.
La claymation in sé, con i suoi colori vivaci, in qualche modo trasporta un significato legato al gioco e all’infanzia. La duttilità del materiale ludico, contrasta fortemente con le visioni della Djurberg che punta appunto lo sguardo sui contrasti delle emozioni e sulla transitorietà delle cose. Le musiche di Berg, coronano il tutto dando profondità alle situazioni, rendendole in questo modo estremamente suggestive.
Tra le sue opere ricordiamo : Camels Drink Water (2007) ; We are not two, we are one (2008) ; Turn into me (2008); Experiment (2009).
Nel 2016 la Djurberg ha inaugurato una personale a Milano con A Thief Caught in the Act.

Nathalie Djurberg at New Museum from Tom Chen on Vimeo.

Jan Švankmajer

Nato a Praga nel 1934 e laureatosi in regia e scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Praga, Jan Švankmajer è considerato uno degli esponenti più importanti del genere stop-motion. Ha studiato e praticato le rappresentazioni coi burattini, iniziando la sua carriera come regista cinematografico nel 1964 col cortometraggio The last trick (1964).

Solo nel 1987 ritorna con un lungometraggio dal titolo Neco z Alenky che nno riscuote un grande successo. Ritorna nel 1993 con il film Faust e nel 1996 produce Spiklenci slasti.

Jan Švankmajer ha uno stile inconfondibile, egli gioca con le suggestioni del corpo e del cibo intrecciando deformazioni grottesche e situazioni nauseabonde. Importante è la serie di corti realizzati con l’argilla Dimension of Dialogue (1982) costituita da 3 corti  Exhaustive Discussion – Passionate discourse – Factual Conversation,  Darkness Light Darness (1989). In in buona parte di queste claymation sono presenti materiali alternativi all’argilla come oggetti e elementi organici. Il cibo è un tema  fondamentale sul quale si basa quasi l’intero immaginario dell’artista.

 

 

Inoltre tra i suoi lavori cinematografici ricordiamo Alice (1988), Conspirators of Pleasure (1996) e Little Otik (2000).

Molto recente è la pubblicazione del suo ultimo film Surviving Life (2010) in cui il regista inserisce elementi in stop-motion attraverso la cutout animation. Purtroppo è un autore poco conosciuto in Italia, probabilmente per il solito problema culturale di questo Paese, che parte dal limitatissimo investimento nel settore cultura alla conseguente poca considerazione dell’animazione come forma d’arte

Si dice che Jan Švankmajer abbia influenzato il celeberrimo regista Tim Burton.

 

Toccafondo Gianluigi

Nasce a San Marino nel 1965. entra all’Istituto d’Arte di Urbino, è una artista indipendente d’animazione. Ha vinto tanti premi dei festival internazionali del film; Cannes,Venezia e Berlino. Abita a Milano.

Quasi tutte le sue animazioni sono brevi; 2,3 minuti massimo 6 minuti, ma il suo senso d’arti grafiche affascina tanto. Le animazioni avanzano liberamente spensieratamente come una poesia non indicano un racconto. Nel suo stile sperimentale cambia le forme delle fotografie nel computer poi le stampa, disegna sulle fotocopie con suo senso splendido. il movimento è umido e morbido, cambia subito da corto a lungo in un momento.Toccafondo si avvicina al cinema proprio durante gli anni degli studi, quando inizia a pensare di infondere il movimento alla sua pittura. Le prime occasioni di lavoro nel campo dell’animazione avvengono a Milano, dove in pochi anni si afferma per il suo stile originale nel campo  della grafica e della pubblicità. Accanto a una produzione più commerciale ne esiste un’altra meno conosciuta. Si tratta di sette cortometraggi d’animazione, opere d’autore che il pubblico ha poche occasioni di vedere. L’ispirazione prima di questi film è stato il lavoro di ceramista del padre, che gli ha permesso di apprezzare la bellezza di una forma in movimento e il fascino del passaggio da una figura all’altra, ancor più che quello dell’opera compiuta.

 

 

Queste influenze emergono chiaramente nella continua metamorfosi delle figure, che fotogramma dopo fotogramma si allungano e si ricompongono fornendo ai suoi film un’eccezionale forza dinamica. Per i suoi cortometraggi Toccafondo sfrutta una metodologia di lavoro basata sulla rielaborazione dell’immagine: raramente parte dalla tavola bianca, più spesso utilizza immagini, foto o qualsiasi altro spunto preesistente per modificarlo e animarlo attraverso una pittura densa e trascinata.

In ognuno di questi film si assiste a una trasformazione continua da un fotogramma all’altro, ma allo stesso tempo permane la straordinaria forza espressiva di ogni singolo quadro. Così da rendere l’opera di Gianluigi Toccafondo un punto straordinario di unione tra cinema e pittura.

Ha realizzato gli alcuni spot pubblicitari come Woman finding love (insieme a Simona Mulazzani, per la Levi’s Los Angeles, 1993); Sambuca Molinari (per cui continua a lavorare negli anni successivi sempre con la regia di Pietro Follini, 1995); Rai, di tutto di più (per la Rai, 1995); I bambini e la televisione (per l’Arci di Roma e la Casa del Gioco di Mario Lodi, 1995); United Arrows (spot d’animazione per uno store di abiti, Giappone 1998).

Riconosciutissima la sua arte dell’animare, è molto apprezzata anche in televisione, molte sono le richieste per la realizzazione di sigle. Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo: La coda (1989); La pista (insieme a Simona Mulazzani, 1991); La pista del maiale (cortometraggio autoprodotto, 1992); Media Salles cinema d’Europa (sigla destinata al circuito delle sale cinematografiche europee, 1992); Le criminel (un cortometraggio di 5’ per la SEPT/ARTE, 1993); Avanzi (ritratti animati di uomini politici, Raitre, 1993); Tunnel (sigla, Raitre, 1994); Carosello (con Elio e le storie tese sigla, Raidue, 1997); Pier Paolo Pasolini, un poeta scomodo (sigla, Raidue, 1997); Almanacco delle profezie (con Asia Argento, sigla, Raidue, 1997); Il Lungometraggio
Le monde à l’envers (sequenze di animazione all’interno del film di Rolando Colla, 1998); 10 parole al 2000 (sigla, Raitre, 1997); Pinocchio (un cortometraggio di 5’ per la SEPT/ARTE, 1998); Sipario Ducale (teatro musica e danza, festival delle terre di Pesaro e Urbino, 1999); Sigla Festival del Cinema (Biennale di Venezia, 1999); Il Lungometraggio
Le monde à l’envers (sequenze di animazione all’interno del film di Rolando Colla, 1998).

 

 

Tim Burton

Timothy William Burton nasce a Burbank, in California, il 25 agosto 1958 in una famiglia piccolo-borghese.Tim Burton è ormai considerato uno dei registi più importanti del cinema contemporaneo. Il cinema di Burton diviene uno spazio virtuale in cui le tradizionali definizioni di bello e brutto perdono i propri confini e si scambiano di ruolo, per accedere al meraviglioso onirico, ambito vitale ed essenziale della nostra conoscenza. Le storie che Burton racconta sottolineando la distanza tra infanzia e l’età adulta, la sua capacità visionaria mostrano un mondo in bilico tra realtà e fantasia. Una fantasia gotica, dark, ma con un tocco di malinconia e un qualcosa che non esclude il comico, un che di giocosità, un’innegabile grazia.

Non tutti i suoi film sono realizzati in stop-motion, egli, come nel caso di Batman affida gli effetti speciali a professionisti di grande livello come :  Derek Meeding e John Evans.

Soffermandoci in particolare sui film realizzati in stop-motion, non si può non notare come Burton sia stato abile nel dirigere film di genere diverso, dalla fantascienza all’avventura, dall’ horror alla fiaba, tutti uniti però dalla stessa poetica malinconica, personalissima e visionaria. Tim Burton piace  perchè  ogni suo personaggio è il mostro gentile e  indifeso che abita in ognuno di noi, la nostra parte “incompiuta”  ( come dice Edward mani di forbici ) e nascosta.

Si pensa che con The Nightmare Before Christmas realizzato nel 1993, Burton abbia riportato sulla cresta dell’onda la tecnica a passo uno, prima di allora considerata sorpassata dall’uso del computer. Il film è senza dubbio uno dei suoi successi maggiori, anche se il regista è sempre notevolmente apprezzato dal pubblico sia tra grandi che tra piccini.

Per il lavoro artigianale del film sono stati necessari tre anni di lavoro e una squadra di artisti capitanati da Diane Taylor. Hanno lavorato sul set circa tredici animatori e più di cento persone tra operatori di ripresa specializzati, marionettisti, scenografi attrezzisti. In tre anni hanno riempito 19 studi cinematografici con più di 230 set e centinaia di pupazzi.

Per rendere il tutto fedele alla realtà ovviamente non è stato trascurato alcun elemento decorativo installativo e le piccole scenografie sono state trattate alla pari di un set cinematografico. Pete Kozachik il direttore della fotografia, per rendere tutto ancora più veritiero, ha utilizzato gli elementi luminosi presenti nelle scenografie, come lampade e candele.  Nel film ci sono all’incirca sessanta personaggi, quasi tutti costruiti in triplice copia, quindi quasi 200 pupazzi. Ogni pupazzo era alto circa 60-80 cm; quindi ogni set era grande dai 7 agli 8 metri lineari, smontabile per permettere agli animatori di poter lavorare comodamente.

Nel 2005 esce un altro grande capolavoro di questo incredibile regista, “La sposa cadavere“ Il progetto del film risale al 1993. Burton cominciò allora a disegnare I personaggi, mentre alla storia avrebbero poi lavorato Caroline Thompson, Pamela Platter e John August. I pupazzi sono stati realizzati dalla ditta Mackinnon and Saunders, la migliore al mondo nel settore. Le tecniche stop-motion sono integrate al computer, che ha perfezionato le luci e I sostegni dei pupazzi. Il film è stato girato in digitale con la macchina fotografica canon EOS-ID Mark II.

Uscito nel 2012 il suo ultimo film “Frankenweenie” , protagonista sono un bambino ed il suo cagnolino sventurato. Nel macabro mondo Burtoniano sono sempre l’amore e l’amicizia ad avere la meglio sulle cattive intenzioni della gente comune.