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Nobody is normal di Catherine Prowse

Catherine Prowse è una brillante giovane animatrice che vive e lavora a Londra già conosciuta per il suo pluripremiato cortometraggio di laurea Laymun.
Ho visto l’ultimo dei suoi lavori qualche settimana fa contemporaneamente condivisomi da due mie carissime amiche. Il cortometraggio Nobody is normal è uno spot realizzato per la Childline, organizzazione inglese per la tutela dell’infanzia, realizzato in puppet animation e 2D animation con l’utilizzo di diversi materiali, dalla plastilina al feltro. Il video rende in modo molto semplice e particolare la sensazione di solitudine che spesso gli adolescenti avvertono nel sentirsi diversi dagli altri, ogni sensazione è celata dentro il superficiale strato di plastilina mentre cerca di farsi strada per fuoriuscire. Improvvisamente la vera natura di ciascuno spunta fuori in un modo quasi goffo ma incredibilmente unico, le forme più bizzarre o i colori più sgargianti espresse dal feltro sbocciano portentosamente. I giovanissimi protagonisti della storia finalmente accettano le proprie particolarità come caratteristiche imprescindibili della propria singolarità, un nuovo importante passo per imparare a trovare arricchimento tra le diversità.

Childline: Nobody is Normal from Catherine Prowse on Vimeo.

Intervista al regista Paolo Gaudio

La ricerca artistica di Paolo Gaudio ruota intorno al genere fantastico, regista e animatore, da quest’anno sarà docente del nuovo Master in stop-motion che si terrà presso la Rainbow Academy. Dopo gli studi umanistici in filosofia presso l’Università della Calabria, la sua formazione dirotta verso l’universo della regia cinematografica alla NUCT (Nuova Università di Cinema e Televisione) di Roma.
Sono convinta che la sua esperienza e il suo talento siano stimolanti per chiunque voglia sostenere la causa dell’animazione e del genere fantastico in questo Paese.

 

 

Come nasce il tuo amore per l’animazione e precisamente per la stop­motion?

Da bambino ero solito vedere film come ‘Simbad’ o ‘Gli Argonauti’,  li adoravo. Tuttavia, i mostri mitologici che gli eroi di queste  pellicole combattevano, mi terrorizzavano sul serio. Medusa, Hydra, le Arpie o l’esercito degli scheletri erano davvero spaventosi ai miei occhi, così mio padre cercò di  tranquillizzarmi, confidandomi che si trattava di puppazzi di carta e non di veri mostri. Questa rivelazione mi colpì  profondamente, tanto da spingermi nel tempo a volerne sapere sempre di più circa questa “carta animata” e a innamorarmi  perdutamente del cinema, dell’animazione e del passo uno.

 

Durante gli anni della tua formazione, quali sono stati i tuoi  punti di riferimento o i tuoi idoli?

Facile: da Tim Burton a Terry Gilliam, passando per John Carpenter, Joe Dante e Robert Zemeckis, fino a raggiungere JeanPierre Jeunet e Michael Gondry. Ovvero, tutti quei cineasti che hanno lavorato sulla fantasia e sull’avventura. Sono stato molto condizionato dai loro film e ancora oggi mi sento legato a quella visione che ha caratterizzato gli anni ’80 e che poneva il fantastico all’interno del quotidiano. Lo straordinario nell’ordinario di tutti i giorni. Inoltre, non posso non menzionare il lavoro di due giganti della stop­motion: Ray Harryhausen e Phil Tippett. Magnifico.

 

Parlaci dei tuoi successi nel campo dell’animazione, come nascee  “Fantasticherie di un passeggiatore solitario”?

Nasce principalmente dalla passione e dall’amore che nutro per il cinema fantastico e successivamente come reazione a un fallimento produttivo di un mio cortometraggio che ho dovuto sopportare e che ancora adesso faccio difficoltà a digerire. “Fantasticherie…” è  stato un viaggio complesso, doloroso ed esaltate che mi ha condotto a realizzare un film anarchico e libero che nessuno voleva che facessi. Sono stati quattro anni faticosi che mi hanno  messo a dura prova, non solo da un punto di vista professionale ma anche da quello personale e affettivo. Durante questo cammino ho interrotto rapporti d’amicizia importanti e ne ho intrapreso di nuovi. Ho scoperto tante cose di me che non mi piacciono e che devo cambiare e molte altre che devo proteggere e far prosperare. Tutto questo fa di questa mia prima opera un’esperienza molto formativa per me e impossibile da ripetere. Il film, nonostante le  molte difficoltà, è stato accolto molto bene dal pubblico e dalla critica, trovando distribuzione nazionale – ma presto anche  all’estero :)­ e spazio in oltre 30 Festival internazionali. A oggi ha ricevuto 11 premi in giro per il mondo e questo percorso  festivaliero continuerà fino ai primi mesi del 2017.

 

Durante il tuo percorso professionale hai avuto modo di  interfacciarti con contesti internazionali, quali sono le differenze sostanziali incontrate all’estero e come credi che in Italia si possa fare per migliorare le possibilità in questo settore?

Il limite maggiore, a mio avviso, è l’assenza di un vero sistema produttivo e distributivo capace di emanciparsi da iniziative isolate – come la mia d’altronde – di registi o produttori, consentendo al nostro cinema di sfruttare tutto il proprio potenziale creativo e imprenditoriale. In questo momento il nostro Paese persevera nella realizzazione di progetti troppo simili l’uno con l’altro, mentre filmografie estere hanno la possibilità, le leggi per lo spettacolo, il mercato e il coraggio di proporre cose differenti al pubblico di tutto il mondo. Il Genere ha sempre rappresentato un linguaggio adatto al grande pubblico, capace di superare i confini del proprio territorio di origine. Mentre, da troppi anni in Italia è diventato spazio per cineasti coraggiosi di ricerca e per un pubblico di nicchia. Tuttavia, qualcosa sembra muoversi, ad esempio nel Genere Crime e questo mi fa sperare che possa accadere anche con l’animazione o il fantastico. Nel mio piccolo, proverò con tutte le mie forze a contribuire che questo cambiamento avvenga.

 

Tra pochi mesi partirà il nuovo Master in Stop­motion che ti vedrà coinvolto come docente, cosa pensi possa offrire questo master rispetto ad altri percorsi di formazione?

Innanzitutto, si volge all’interno di uno Studio tra i più importanti e attivi dello Stivale: Rainbow CGI. Gli studenti faranno lezione dove animatori professionisti realizzano cartoni animati distribuiti su scala internazionale. E’ un’occasione straordinaria per confrontarsi direttamente con il mondo del lavoro, durante il periodo di formazione, verificando da subito dinamiche riscontrabili in ogni studio d’animazione del mondo. E’ un’opportunità che solo l’Academy di Rainbow può offrire e che nessun altro corso, workshop o simili può vantare. I nostri iscritti non solo acquisiranno tutto ciò che si deve sapere sul passo uno, ma avranno anche la possibilità di confrontarsi con professionisti, produttori e registi che ogni giorno sono impegnati nel loro lavoro nello Studio.

 

Il nuovo Master permetterà agli alunni di realizzare un film in  stop­-motion di alta qualità, si potrebbe già anticipare qualcosa sulla trama della storia che dovrà essere animata o è ancora troppo presto? 

L’unica cosa che posso dirti che ogni iscritto, nella seconda metà  del corso, avrà l’opportunità di essere inserito come animatore nella produzione di un progetto in stop­-motion di ultima generazione ­ replacement animation, al fine di mettere in  pratica tutti gli insegnamenti teorici acquisiti durante la prima parte. Tuttavia, non si tratta di un corto personale e relativo,  ma di un progetto collettivo da sottoporre allo Studio come svilluppo di un nuovo lungometraggio animato. Il look è quello di un fantasy epico ispirato al lavoro di Frank Frazetta, un po’ Conan il Barbaro, un po’ John Carter da Marte. Sarà davvero molto divertente.

 

Parlaci dei tuoi progetti attuali o futuri.

Sto sviluppando una serie animata in stop­motion per l’infazia e  parallelamente, sto cercando di mettere in piedi il progetto su Lovecraft che rincorro da tempo. Mi riferisco a “DAGON”,  adattamento in salsa action anni ’80, di due racconti tratti dal  “Ciclo di Cthulhu”. Scharzy vs Cthulhu, rigorosamente in claymation.

 

Intervista a Mammafotogramma

Lo studio Mammafotogramma è composto da 5 ragazzi con uno spiccato senso artistico che abbraccia svariati settori, molto presenti soprattutto in ambito video e animazione. Lavorano molto bene esplorando soluzioni interessanti sotto molti aspetti, sia dal punto di vista del design che della ricerca stilistica e donando un tocco di genuina e sperimentale creatività ai loro lavori.

Ed ecco per loro alcune domande:

Chi sono i membri di Mammafotogramma?
A Mammafotogramma siamo in 5 Gianluca Lo Presti (regista, animatore, costruttore), Giulio Masotti (architetto, scenografo, inventore), Marco Falatti (scultore, puparo, animatore), Federico Della Putta (illustratore, storyboarder ) ed Ettore Tripodi (disegnatore, pittore, scenografo). Siamo tutti classe 1985, la nostra formazione è varia, Gianluca ha frequentato il CSC, Marco, Federico ed Ettore erano all’accademia di Belle Arti, Giulio è laureato in Architettura.

E’ molto interessante vedere la sinergia che c’è tra la le varie espressioni creative. Come è nata precisamente la volontà di lavorare anche nel mondo del design?
La natura eterogenea del nostro gruppo ci ha sempre portato ad andare oltre la singola specificità delle nostre competenze, ibridando l’operato dell’uno con quello di tutti. Il film stà stretto relegato nella cornice del fotogramma e invade lo spazio assumendo altre forme, indagando nuovi significati, coinvolgendo altri sensi. Da questo approccio al lavoro nascono ambienti sensibili, oggetti di design, architetture animate.

Quanto incide la tecnica della stop-motion nel vostro lavoro e sotto quale forma prediligete utilizzarla (puppets – urban motion – etc..)?
La tecnica della stop-motion è per sua natura multidisciplinare ed è sempre stata molto affine al nostro modo di operare. Scegliamo le tecniche in funzione del progetto che vogliamo realizzare, non siamo legati ad una in particolare, è l’idea che ci suggerisce quali utilizzare.

Il lavoro sullo zootropio è stato tra quelli che ci ha particolarmente colpiti, ci potreste parlare del progetto?
Lo zootropio è il chiaro esempio di un’animazione che fuoriesce dalla “gabbia” del riquadro cinematografico ed invade lo spazio, un’ottima summa di quello che dicevamo poc’anzi.Il più interessante che abbiamo realizzato è sicuramente quello per l’allestimento della mostra “Al gran sole carico d’amore”, un percorso interattivo dedicato all’omonima opera di Luigi Nono, in questo caso la dimensione scenotecnica dello zootropio rievocava a meraviglia il carattere e le atmosfere dell’opera, unendo luce, movimento e musica in un unicum magico e coinvolgente.

The Zoetrope from MammaFotogramma on Vimeo.

Quali animatori che vi hanno segnato particolarmente?
La lista potrebbe essere molto lunga, ma per citarne qualcuno sicuramente tra i nostri preferiti abbiamo Jan Svankmajer, Norman McLaren, Brouce Brickford, Oskar Fishinger.

Quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato (o che incontrate abitualmente) e cosa desiderereste per renderlo migliore?
La grossa difficoltà per chi fa il nostro mestiere in Italia oggi è che non esiste più un’industria del cinema d’animazione. La richiesta c’è, ma spesso non ci sono i mezzi economici per sostenere realmente i progetti. Le nuove tecnologie hanno incredibilmente abbassato i costi di produzione permettendo anche a piccole realtà come la nostra di intraprendere imprese fino a pochi decenni fa impensabili, però questa “facilità” spesso è un boomerang. Anche i mezzi di comunicazione hanno avuto un’espansione esponenziale che richiede di conseguenza una produzione di contenuti mai vista prima, c’è la necessità di “riempire” spazi comunicativi in continua espansione, questo comporta inevitabilmente un abbassamento (se non un crollo…) della qualità media dei progetti ed anche dei budget.Aggiungiamoci una gestione politica che pianifica investimenti con scarsa lungimiranza ed ignora sempre di più la sfera culturale considerandola (a torto) di scarso rendimento economico.Ritagliarsi una nicchia di mercato che consideri la qualità dell’opera, del lavoro, delle condizioni di lavoro e del processo nel suo insieme è difficile, ma non è un’esclusiva dei “tempi moderni”, è sicuramente sempre stato difficile, per cui noi continuiamo curiosi e convinti della nostra direzione.

YOGURT FATTO IN CASA from MammaFotogramma on Vimeo
www.mammafotogramma.it

10 bellissime pubblicità in stop motion

Nel secondo dopo guerra, in Italia, si diede vita all’oramai celeberrimo carosello, una forma di pubblicità molto creativa ed unica al mondo. All’epoca, la Stop Motion era l’unica tecnica di animazione esistente. Gli spot pubblicitari, soprattuto quelli a firma di Armando Testa, sono diventati storici soprattutto per l’utilizzo di questa tecnica. Un uso che è continuato fino ai giorni nostri e si è evoluto raggiungendo livelli altissimi. Per il suo intrinseco piacere visivo, la stop motion è sicuramente indicatissima per veicolare il messaggio pubblicitario. Chiaramente il giusto accompagnamento sonoro gioca un ruolo determinante per questo genere di animazione. Se poi, come nei filmati proposti, l’azienda da promuovere è molto importante, gli studi creativi possono contare su budget molto alti e quindi ottenere risultati decisamente affascinanti. In ogni caso a farla da padrone rimane sempre la creatività e qui ne abbiamo 10 splendidi esempi.

Intervista alla Magic Mind Corporation

about love frame

Magic Mind Corporation è uno studio creativo specializzato in animazione con sede a Berceto sull’Appennino Tosco Emiliano. Fondato nel 2006, attualmente è costituito da Giacomo Agnetti e Ilaria Commisso. Entrambi scoprono la loro passione per l’animazione seguendo percorsi differenti.
Ilaria, diplomata in illustrazione a Milano, scopre di prediligere la scultura grazie alla collaborazione sul set di Tramondo.
Giacomo, spinto dal consiglio materno, decide di frequentare il corso di montaggio cinematografico alla Scuola di Cinema – Televisione e Nuovi Media di Milano coniugando le sue due grandi passioni per la scrittura e la fotografia.
Magic Mind Corporation ha vinto numerosi premi a livello internazionale grazie alle loro animazioni realizzate in stop motion. In questa lunga ed interessante intervista approfondiamo alcuni temi legati alle loro scelte stilistiche e alle problematiche riscontrate lavorando in questo settore in italia.

 

Raccontateci come è nata l’idea di “Tramondo” ?

Il cortometraggio Tramondo nasce più dalla voglia di “fare qualcosa” che da una vera ispirazione artistica. Fatto sta che Davide Bazzali, che all’epoca muoveva i primi passi nel teatro, si mise all’opera e scrisse la sceneggiatura. Doveva essere una storia che raccontava dei vizi e delle delusioni della società contemporanea e Davide scelse di utilizzare la metafora della sigaretta per descrivere sia l’indebolimento spirituale dei singoli individui che l’offuscamento delle informazioni ( e delle idee) da parte dei media. Volevamo creare qualcosa che avesse il sapore del film Delicatessen di Jeunet e Caro e la visionarietà di Blade Runner (addirittura!). A ripensarci mi scappa da ridere! Eravamo all’inizio della nostra carriera, cercavamo di mettere insieme persone che avessero tempo e talento e per fortuna abbiamo incontrato uno stuolo di persone che poi sono diventati grandi professionisti. Presentammo il progetto alla Scuola di Cinema che a fine corso mette a disposizione studi e attrezzature agli ex studenti.


In quanto tempo siete riusciti a realizzarlo?

Nell’arco di un mese eravamo pronti a girare ma…non avevamo ancora i pupazzi! Non avevamo nemmeno idea di come realizzarli. Per fortuna sulla nostra strada inciampò Ilaria Commisso, che prese a cuore il progetto e iniziò a fare ricerca sul campo per realizzare i personaggi del cortometraggio. Ci facemmo tutti in quattro e dopo un paio di mesi di duro lavoro avevamo terminato le riprese. Montammo il tutto e ne venne fuori una storia così decadente che non poteva che chiamarsi Tramondo. Nella storia non c’è nessun personaggio positivo, sono tutte orribili persone. Insomma, degli inguaribili pusillanimi. Per quanto il corto fosse carico di errori sia di animazione che di montaggio, presentava una regia interessante e la fotografia era venuta una meraviglia (questo grazie a tutti gli amici d.o.p che si sono alternati nei due mesi di lavorazione).

 

Immagino che il risultato fu comunque soddisfacente…

Alcuni professori rimasero piuttosto freddi riguardo all’opera finita, che però  iniziò a vincere in svariati festival e finì per essere candidato in cinquina al David di Donatello come miglior cortometraggio italiano. Fu una bella soddisfazione, un bel successo che però non riuscimmo a sfruttare minimamente perché all’epoca eravamo molto ingenui. Avevamo l’impressione di aver fatto tutto quel che doveva esser fatto, ma la realtà è che la vita di un’opera inizia proprio quando è finita. L’impegno che bisogna mettere nella distribuzione è forse anche maggiore rispetto a quello della produzione.

 

Per la cotruzione dei vostri puppets quali materiali preferite?

Non abbiamo nessuna ricetta nostrana, come ogni opera necessita della sensibilità di una persona per essere raccontata, ogni pupazzo necessita del giusto materiale.
Carta, plastilina, fimo, cartoncino vegetale, sabbia, calamite, vanno tutti benone, purché rispecchino il carattere dei personaggi. Inizialmente Ilaria Commisso e Francesco Duranti hanno costruito i primi pupazzi utilizzando ferri di tutti i tipi. Francesco costruiva le armature utilizzando le maglie delle catene delle biciclette unite a sfere saldate su sbarre di metallo. Funzionavano perfettamente, ma si usuravano e dopo qualche giorno di animazione le articolazioni cedevano. Con il tempo abbiamo capito che era meglio acquistare pezzi creati appositamente per la costruzione di pupazzi per stop.motion. Esistono diversi siti online che li vendono. La cosa migliore comunque è sperimentare. Alcuni dei personaggi migliori, come la donna cicciottella che viene uccisa nell’Horror Show sono stati creati con legno, gommapiuma, un flacone vuoto di detersivo e giunti professionali per animazione. Certo, per creare l’armatura esiste sempre l’alternativa del filo di bronzo o di alluminio, che rappresenta sempre un ottimo compromesso qualità prezzo, ma niente da la precisione dei giunti professionali. Per bloccare i personaggi al suolo del set invece utilizziamo calamite. Sono comode, ma è necessario che i piedi del personaggio siano piuttosto grandi, altrimenti è obbligatorio ancorarli con le viti.

 

Come nasce la sceneggiatura di “About love”?

Avevo appena letto i libri di Douglas Adams e ne ero rimasto molto colpito. Quel suo modo di scrivere è perfetto per il linguaggio cinematografico dei cortometraggi. Ironico, veloce, sottile.
Stavo cercando uno stratagemma per allontanarmi dalla drammaticità perché dopo aver partecipato a numerosi festival con Tramondo mi ero reso conto che gli spettatori dedicavano molta più attenzione ai cortometraggi comici. Mi misi a scrivere la storia di Adam e Jane. Volevo raccontare tutte le parti salienti della loro storia in meno di 5 minuti. Buttai giù la storia in un pomeriggio e dopo aver aggiustato il tiro con gli altri ragazzi decidemmo che poteva funzionare. Dato che venivamo dall’estenuante esperienza di Tramondo, con tutti i problemi di produzione annessi, decisi di tirare fuori dal cassetto una vecchia idea risalente a quando lavoravo come cameriere. Sulla porta di metallo del frigorifero della cucina venivano appese le comande con delle calamite rotonde.  A fine giornata mi divertivo a creare personaggi composti di calamite. Ne parlai ad Ilaria che riuscì a creare personaggi espressivi applicando il fimo alle calamite. Nell’arco di una settimana girammo e montammo il tutto. Per il resto fu un successo.

 

Che riscontri ha avuto?

Vinse parecchi festival, venne candidato ai Nastri d’Argento e dopo la selezione ufficiale ad Annecy i festival di mezzo mondo ci contattavano per chiederci di inviargli il cortometraggio. Insieme alla Gertie srl di Milano il cortometraggio divenne in seguito una serie tv con episodi da 3 minuti che però ad oggi deve ancora trovare una distribuzione. Spero che qualcuno si faccia avanti.

 

Ormai sono 7 anni che operate in questo settore, quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato?

Come studio e come persone abbiamo fatto una scelta in controtendenza, perché abbiamo deciso di allontanarci dalla città e aprire lo studio in un luogo piccolo e decentrato. Questa scelta porta inevitabilmente lo svantaggio di avere meno contatti e quindi un po’ meno lavoro, il che potrebbe sembrare un male per tutti quelli che hanno una mente imprenditoriale normo-dotata. Dal punto di vista umano però questa scelta permette di lavorare bene, con tempi più rilassati, di avere molte meno spese di affitto, e di poter condurre parallelamente anche una vita all’aria aperta, elemento che ritengo fondamentale dato che gli animatori passano buona parte del loro tempo nel buio dei set. In Italia il problema maggiore che ho riscontrato è legato ai contenuti. Tutte le volte che i produttori mi dicevano con un sorriso malizioso che era difficile fare accettare i contenuti della serie di About Love (qualche tradimento, un po’ di sesso stilizzato tra calamite rotonde) rimanevo stupefatto. Per fortuna si sta aprendo il mondo delle televisioni web, anche se per ora i budget non vanno proprio d’accordo con l’animazione.

 

Cosa desiderereste per rendere migliore il settore dell’animazione?

Vorrei non doverlo dire, ma abbiamo iniziato da poco a collaborare insieme all’ottimo studio Kairòs per l’estero (Norvegia) e per ora sembra che tutto scorra in maniera ragionevole, quasi da non crederci.  L’animazione in ‘Italia è un paradosso, ci sono tanti giovani autori di talento che non vengono minimamente presi in considerazione dalle tv per il semplice motivo che non è ancora stato creato un palinsesto adatto ad educare il pubblico all’arte dell’animazione. Per la maggior parte degli italiani il termine “animazione” richiama i cartoni animati punto e basta. Agendo così, capolavori come Madame Tutlì Putlì, I met the Walrus o The man with the beautifl eyes, rimangono video non catalogabili che possono vivere solamente nei festival e sul web.
L’unica cosa che mi vien da dire è che qui servono capitani coraggiosi, più che produttori.

Created by
Giacomo Agnetti
Ilaria Commisso

Michel Gondry e il suo stile retrò

Michel gondry è un regista francese nato nel 1963 a Versailles, vive tra Parigi e Brooklyn. Il suo legame con il mondo della stop-motion oltre ad emergere attraverso svariati lavori, è stato palesato in occasione di un concorso, indetto dallo stesso regista, in cui invitava i suoi partecipanti a realizzare un cortometraggio con la medesima tecnica.

Attualmente è considerato tra i registi più sperimentali e creativi della produzione cinematogafica internazionale. Oltre ad aver prodotto e girato diversi film, ha realizzato anche numerosissimi spot pubblicitari e videoclip musicali.

Ciò che caratterizza la tipica scena di Gondry è la presenza di giochi ottici dei quali si serve per coinvolgere lo spettatore fino a destabilizzarlo.

gondryfoto

Altera la gravità per portare scompiglio alla normalità e analizza dettagliatamente alcuni momenti della vita con una visione ludica e persino romantica che rendono variopinta la sua ricercata psichedelia.

Per la realizzazione degli effetti speciali padroneggia superbamente tecniche digitali, ma predilige un approccio retrò attraverso il bricolage che utilizza per costruire manualmente moltissime sue scenografie e trucchi di scena. Gondry ammette questa sua preferenza connettendola al suo sogno d’infanzia di diventare un inventore come suo nonno. In una recente intervista ha dichiarato di essere stato profondamente segnato sin dall’adolescenza dal romanzo di Boris Vian  “La schiuma dei giorni” dal quale è stato tratto l’ultimo dei suoi film.

Vian fu uno dei maggiori esponenti della cultura parigina dello scorso secolo e Gondry ha sempre cercato di inserire la sua influenza all’interno delle sue opere. Il film nasce da una richiesta di alcuni produttori francesi che Michel ha accettato con coraggio quasi come una missione interpretando persino il ruolo del medico in qualità di attore. Non è la prima volta che vediamo Gondry sotto queste vesti, il film è uscito recentemente anche nelle sale italiane. Tra altre sue importanti pellicole vi sono “L’arte del sogno”, “Se mi lasci ti cancello”, mentre tra i videoclip musicali ricordiamo “Bachelorette” realizzato per Bjork e “Fell in love with a girl” per gli White Stripes. Michel Gondry è stato considerato un genio da molti, compresi i suoi colleghi Spike Jonze, Roman Coppola e Joseph Kahn.

 

Blu

BLU è un artista nato nei primi anni ’80 a Senigallia a cui non interessa divulgare la propria identità, a differenza di molti writer infatti non ama firmare le sue opere, tuttavia esse sono riconoscibili dal suo stile.
Nasce come artista di strada, è attualmente tra i gli esponenti principali del graffitismo italiano ma molto riconosciuto anche a livello internazionale.
Molte infatti sono le opere di Blu sparse per l’Europa.
Colpendo sempre nel “segno” affronta temi politici e di carattere umano-sociale spiazzando lo spettatore. Abbraccia interi palazzi con pennelli a rullo, nette pennellate cromatiche principalmente bianche. L’arte urbana è un gioiello da guardare soprattutto a distanza ed in questo caso ci si trova disarmati davanti alle giganteschi opere definite dal suo crudo segno.
Tra le interessantissime opere di Blu, troviamo anche delle stop-motion estremamente suggestive, nelle quali è possibile vedere animate le giganti figure che lui rappresenta consuetudinariamente.
Nei corti come Muto, Letter A e Walking è possibile vedere delle stop motion applicate alla Street Art. Creature che nascono, corrono, strisciano, si arrampicano, si trasformano, si disgregano, rinascono, tutto su muri e marciapiedi. Alcuni momenti dell’opera coinvolgono facciate enormi di interi palazzi.
Uno di questi corti è stato animato tra Buenos Aires e Baden ed ha impegnato l’artista per un intero inverno.

Nei video di Blu le tracce sonore sono curate dal sound designer Andrea Martignoni.
Il rumore meccanico si alterna a quello biorganico, non vi sono dialoghi o colonne sonore, le figure rappresentate sono ambigue e talvolta mostruose, compiono evoluzioni e trasformazioni passando dalla materia cristallina alla organica e viceversa. L’artista rende possibile la nascita di nuove creature, all’interno del degrado urbano, lì dove non esiste che un ammasso di ferrame crea la vita, la muta e la sposta per la città in un magico anonimato. Rende possibile l’esistenza di queste realtà che, in continuo mutamento, conducono lo spettatore in uno stato di attesa verso la nuova trasformazione.
Mettendo in risalto l’eterna mutevolezza delle cose, l’artista ha ideato il suo mondo dentro il mondo, dove le leggi che vi governano non sono molto differenti tra loro, l’eterna lotta per la sopravvivenza, il deterioramento organico, la nascita di microrganismi sono infatti gli elementi ricorrenti nelle sue stop-motion.

Pjotr Sapegin

Pjotr Sapegin è nato a Mosca nel 1955, da una famiglia di artisti. Dopo aver inizialmente studiato col pittore Boris Birger si è iscritto al Teatro Accademia Stanislawsky, laureandosi nel 1978 e conseguendo un master come tecnico e designer scenografo. Terminati gli studi ha lavorato per 15 anni come scenografo e art-director in vari teatri russi – tra cui il celebre teatro Bolshoi – seguendo la progettazione di scenografie e costumi per 60 produzioni teatrali. Nel 1990 Sapegin è emigrato in Norvegia, dove riparte da “zero”, lavorando per un breve periodo in svariati campi lavorativi prima di poter tornare alle sue radici artistiche. Iniziò ben presto ad illustrare per delle riviste per il teatro e altro. Rendendosi conto che la Norvegia – anche se con alcune importanti eccezioni – ha avuto una storia relativamente limitata nell’ambito dell’animazione, Sapegin presto rivolse la sua attenzione su questa particolare forma di espressione artistica e alla narrazione, facendo il suo debutto con Herkules nel 1991. Da allora Sapegin vive e lavora in Norvegia, ed è considerato un cittadino norvegese. Sapegin divenne uno dei fondatori della studio di animazione Studio Magica AS a Oslo, ma ora è in attività con la società Pravda Productions (fondata 2001) con David Reiss-Andersen e Mikkel Sandemose. Il ramo di animazione della Pravda Kinopravda è stata ribattezzata nel 2004.

Dalla sua entrata in scena con Herkules, Sapegin è diventato senza dubbio il più importante creatore di film d’animazione norvegese, e ha fatto un numero considerevole di cortometraggi acclamati e premiati a livello nazionale ed internazionale.

One Day a Man Bought a House (1998) da solo ha vinto oltre 20 premi nazionali ed internazionali, ed è stato proiettato in oltre 100 festival in tutto il mondo. In aggiunta ai suoi cortometraggi, Sapegin ha anche fatto una serie di spot d’animazione di fama internazionale.

Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo: Aria (2001); Through my thick glasses (2003); Grandpa is a Raisin (2005).