Intervista alla Magic Mind Corporation

about love frame

Magic Mind Corporation è uno studio creativo specializzato in animazione con sede a Berceto sull’Appennino Tosco Emiliano. Fondato nel 2006, attualmente è costituito da Giacomo Agnetti e Ilaria Commisso. Entrambi scoprono la loro passione per l’animazione seguendo percorsi differenti.
Ilaria, diplomata in illustrazione a Milano, scopre di prediligere la scultura grazie alla collaborazione sul set di Tramondo.
Giacomo, spinto dal consiglio materno, decide di frequentare il corso di montaggio cinematografico alla Scuola di Cinema – Televisione e Nuovi Media di Milano coniugando le sue due grandi passioni per la scrittura e la fotografia.
Magic Mind Corporation ha vinto numerosi premi a livello internazionale grazie alle loro animazioni realizzate in stop motion. In questa lunga ed interessante intervista approfondiamo alcuni temi legati alle loro scelte stilistiche e alle problematiche riscontrate lavorando in questo settore in italia.

 

Raccontateci come è nata l’idea di “Tramondo” ?

Il cortometraggio Tramondo nasce più dalla voglia di “fare qualcosa” che da una vera ispirazione artistica. Fatto sta che Davide Bazzali, che all’epoca muoveva i primi passi nel teatro, si mise all’opera e scrisse la sceneggiatura. Doveva essere una storia che raccontava dei vizi e delle delusioni della società contemporanea e Davide scelse di utilizzare la metafora della sigaretta per descrivere sia l’indebolimento spirituale dei singoli individui che l’offuscamento delle informazioni ( e delle idee) da parte dei media. Volevamo creare qualcosa che avesse il sapore del film Delicatessen di Jeunet e Caro e la visionarietà di Blade Runner (addirittura!). A ripensarci mi scappa da ridere! Eravamo all’inizio della nostra carriera, cercavamo di mettere insieme persone che avessero tempo e talento e per fortuna abbiamo incontrato uno stuolo di persone che poi sono diventati grandi professionisti. Presentammo il progetto alla Scuola di Cinema che a fine corso mette a disposizione studi e attrezzature agli ex studenti.


In quanto tempo siete riusciti a realizzarlo?

Nell’arco di un mese eravamo pronti a girare ma…non avevamo ancora i pupazzi! Non avevamo nemmeno idea di come realizzarli. Per fortuna sulla nostra strada inciampò Ilaria Commisso, che prese a cuore il progetto e iniziò a fare ricerca sul campo per realizzare i personaggi del cortometraggio. Ci facemmo tutti in quattro e dopo un paio di mesi di duro lavoro avevamo terminato le riprese. Montammo il tutto e ne venne fuori una storia così decadente che non poteva che chiamarsi Tramondo. Nella storia non c’è nessun personaggio positivo, sono tutte orribili persone. Insomma, degli inguaribili pusillanimi. Per quanto il corto fosse carico di errori sia di animazione che di montaggio, presentava una regia interessante e la fotografia era venuta una meraviglia (questo grazie a tutti gli amici d.o.p che si sono alternati nei due mesi di lavorazione).

 

Immagino che il risultato fu comunque soddisfacente…

Alcuni professori rimasero piuttosto freddi riguardo all’opera finita, che però  iniziò a vincere in svariati festival e finì per essere candidato in cinquina al David di Donatello come miglior cortometraggio italiano. Fu una bella soddisfazione, un bel successo che però non riuscimmo a sfruttare minimamente perché all’epoca eravamo molto ingenui. Avevamo l’impressione di aver fatto tutto quel che doveva esser fatto, ma la realtà è che la vita di un’opera inizia proprio quando è finita. L’impegno che bisogna mettere nella distribuzione è forse anche maggiore rispetto a quello della produzione.

 

Per la cotruzione dei vostri puppets quali materiali preferite?

Non abbiamo nessuna ricetta nostrana, come ogni opera necessita della sensibilità di una persona per essere raccontata, ogni pupazzo necessita del giusto materiale.
Carta, plastilina, fimo, cartoncino vegetale, sabbia, calamite, vanno tutti benone, purché rispecchino il carattere dei personaggi. Inizialmente Ilaria Commisso e Francesco Duranti hanno costruito i primi pupazzi utilizzando ferri di tutti i tipi. Francesco costruiva le armature utilizzando le maglie delle catene delle biciclette unite a sfere saldate su sbarre di metallo. Funzionavano perfettamente, ma si usuravano e dopo qualche giorno di animazione le articolazioni cedevano. Con il tempo abbiamo capito che era meglio acquistare pezzi creati appositamente per la costruzione di pupazzi per stop.motion. Esistono diversi siti online che li vendono. La cosa migliore comunque è sperimentare. Alcuni dei personaggi migliori, come la donna cicciottella che viene uccisa nell’Horror Show sono stati creati con legno, gommapiuma, un flacone vuoto di detersivo e giunti professionali per animazione. Certo, per creare l’armatura esiste sempre l’alternativa del filo di bronzo o di alluminio, che rappresenta sempre un ottimo compromesso qualità prezzo, ma niente da la precisione dei giunti professionali. Per bloccare i personaggi al suolo del set invece utilizziamo calamite. Sono comode, ma è necessario che i piedi del personaggio siano piuttosto grandi, altrimenti è obbligatorio ancorarli con le viti.

 

Come nasce la sceneggiatura di “About love”?

Avevo appena letto i libri di Douglas Adams e ne ero rimasto molto colpito. Quel suo modo di scrivere è perfetto per il linguaggio cinematografico dei cortometraggi. Ironico, veloce, sottile.
Stavo cercando uno stratagemma per allontanarmi dalla drammaticità perché dopo aver partecipato a numerosi festival con Tramondo mi ero reso conto che gli spettatori dedicavano molta più attenzione ai cortometraggi comici. Mi misi a scrivere la storia di Adam e Jane. Volevo raccontare tutte le parti salienti della loro storia in meno di 5 minuti. Buttai giù la storia in un pomeriggio e dopo aver aggiustato il tiro con gli altri ragazzi decidemmo che poteva funzionare. Dato che venivamo dall’estenuante esperienza di Tramondo, con tutti i problemi di produzione annessi, decisi di tirare fuori dal cassetto una vecchia idea risalente a quando lavoravo come cameriere. Sulla porta di metallo del frigorifero della cucina venivano appese le comande con delle calamite rotonde.  A fine giornata mi divertivo a creare personaggi composti di calamite. Ne parlai ad Ilaria che riuscì a creare personaggi espressivi applicando il fimo alle calamite. Nell’arco di una settimana girammo e montammo il tutto. Per il resto fu un successo.

 

Che riscontri ha avuto?

Vinse parecchi festival, venne candidato ai Nastri d’Argento e dopo la selezione ufficiale ad Annecy i festival di mezzo mondo ci contattavano per chiederci di inviargli il cortometraggio. Insieme alla Gertie srl di Milano il cortometraggio divenne in seguito una serie tv con episodi da 3 minuti che però ad oggi deve ancora trovare una distribuzione. Spero che qualcuno si faccia avanti.

 

Ormai sono 7 anni che operate in questo settore, quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato?

Come studio e come persone abbiamo fatto una scelta in controtendenza, perché abbiamo deciso di allontanarci dalla città e aprire lo studio in un luogo piccolo e decentrato. Questa scelta porta inevitabilmente lo svantaggio di avere meno contatti e quindi un po’ meno lavoro, il che potrebbe sembrare un male per tutti quelli che hanno una mente imprenditoriale normo-dotata. Dal punto di vista umano però questa scelta permette di lavorare bene, con tempi più rilassati, di avere molte meno spese di affitto, e di poter condurre parallelamente anche una vita all’aria aperta, elemento che ritengo fondamentale dato che gli animatori passano buona parte del loro tempo nel buio dei set. In Italia il problema maggiore che ho riscontrato è legato ai contenuti. Tutte le volte che i produttori mi dicevano con un sorriso malizioso che era difficile fare accettare i contenuti della serie di About Love (qualche tradimento, un po’ di sesso stilizzato tra calamite rotonde) rimanevo stupefatto. Per fortuna si sta aprendo il mondo delle televisioni web, anche se per ora i budget non vanno proprio d’accordo con l’animazione.

 

Cosa desiderereste per rendere migliore il settore dell’animazione?

Vorrei non doverlo dire, ma abbiamo iniziato da poco a collaborare insieme all’ottimo studio Kairòs per l’estero (Norvegia) e per ora sembra che tutto scorra in maniera ragionevole, quasi da non crederci.  L’animazione in ‘Italia è un paradosso, ci sono tanti giovani autori di talento che non vengono minimamente presi in considerazione dalle tv per il semplice motivo che non è ancora stato creato un palinsesto adatto ad educare il pubblico all’arte dell’animazione. Per la maggior parte degli italiani il termine “animazione” richiama i cartoni animati punto e basta. Agendo così, capolavori come Madame Tutlì Putlì, I met the Walrus o The man with the beautifl eyes, rimangono video non catalogabili che possono vivere solamente nei festival e sul web.
L’unica cosa che mi vien da dire è che qui servono capitani coraggiosi, più che produttori.

Created by
Giacomo Agnetti
Ilaria Commisso

Michel Gondry e il suo stile retrò

Michel gondry è un regista francese nato nel 1963 a Versailles, vive tra Parigi e Brooklyn. Il suo legame con il mondo della stop-motion oltre ad emergere attraverso svariati lavori, è stato palesato in occasione di un concorso, indetto dallo stesso regista, in cui invitava i suoi partecipanti a realizzare un cortometraggio con la medesima tecnica.

Attualmente è considerato tra i registi più sperimentali e creativi della produzione cinematogafica internazionale. Oltre ad aver prodotto e girato diversi film, ha realizzato anche numerosissimi spot pubblicitari e videoclip musicali.

Ciò che caratterizza la tipica scena di Gondry è la presenza di giochi ottici dei quali si serve per coinvolgere lo spettatore fino a destabilizzarlo.

gondryfoto

Altera la gravità per portare scompiglio alla normalità e analizza dettagliatamente alcuni momenti della vita con una visione ludica e persino romantica che rendono variopinta la sua ricercata psichedelia.

Per la realizzazione degli effetti speciali padroneggia superbamente tecniche digitali, ma predilige un approccio retrò attraverso il bricolage che utilizza per costruire manualmente moltissime sue scenografie e trucchi di scena. Gondry ammette questa sua preferenza connettendola al suo sogno d’infanzia di diventare un inventore come suo nonno. In una recente intervista ha dichiarato di essere stato profondamente segnato sin dall’adolescenza dal romanzo di Boris Vian  “La schiuma dei giorni” dal quale è stato tratto l’ultimo dei suoi film.

Vian fu uno dei maggiori esponenti della cultura parigina dello scorso secolo e Gondry ha sempre cercato di inserire la sua influenza all’interno delle sue opere. Il film nasce da una richiesta di alcuni produttori francesi che Michel ha accettato con coraggio quasi come una missione interpretando persino il ruolo del medico in qualità di attore. Non è la prima volta che vediamo Gondry sotto queste vesti, il film è uscito recentemente anche nelle sale italiane. Tra altre sue importanti pellicole vi sono “L’arte del sogno”, “Se mi lasci ti cancello”, mentre tra i videoclip musicali ricordiamo “Bachelorette” realizzato per Bjork e “Fell in love with a girl” per gli White Stripes. Michel Gondry è stato considerato un genio da molti, compresi i suoi colleghi Spike Jonze, Roman Coppola e Joseph Kahn.

 

Abbiamo rinnovato il sito!

0278Dopo quasi due anni abbiamo deciso di rinnovare il sito.
Utilizziamo questa fantastica immagine di Stefano Prina  per celebrare questa giornata.
Con l’occasione annunciamo che stop-motion.it sarà sempre più ricco di contenuti utili come tutorials, interviste con i professionisti e spazio per i giovani registi ed animatori.
Speriamo tanto che ti piaccia, noi lo facciamo per passione e cerchiamo di mettercela tutta!
Lascia un commento, dicci cosa ne pensi e se ti va di aiutarci, condividi questo fantastico mondo fatto di arte a tutto tondo 🙂

Piccola Fabbrica di Mostri

Questa è la prima intervista dedicata ad un model designer, lui è Stefano Prina architetto milanese classe 1964. Stefano ci ha espresso il suo interesse per il mondo dell’animazione nel quale vorrebbe far entrare le sue creature ancora senza vita, si tratta di particolarissime sculture mono-occhio che lui ha denominato monocoli.

 

Ciao Stefano, da quanti anni porti avanti la tua passione per il modellismo e da cosa pensi sia nata l’ispirazione che ti ha permesso di creare i tuoi mostri? 

Ero uno di quei bambini che si chiedevano cosa facesse funzionare un giocattolo e che non si dava pace fino a che non lo smembrava per ridurlo in tanti pezzettini. L’ispirazione credo sia nata dal tentativo di ritrarre il mio cane. Avevo un cane con due occhi molto sporgenti, cosa che gli dava un po’ l’espressione di Aldo Fabrizi. Quando ho provato a fargli un ritratto ho capito che dovevo realizzare i suoi occhi in tre dimensioni.

I mostri nascono da una ricerca che ho fatto sull’occhio.

Dopo diversi tentativi ho trovato una tecnica che mi permettesse di esplorare tutte le permutazioni di colore forma, pigmentazione dell’iride, con risultati che divertono me per primo. E’ sempre un momento magico quando vedo nascere un nuovo occhio perchè fino al momento della lucidatura neanche io so che aspetto avrà…

Da un occhio di 10 centimetri di diametro che tenevo stretto in mano alla realizzazione del primo mostro il passo è stato piuttosto breve. C’è molto vintage, molta fantascienza anni ’50 e ’60, ma anche lontani ricordi delle bellissime animazioni di Bruno Bozzetto.

 

occhilaboratorio

 

Quali monocoli ti piacerebbe animare e che tipo di sceneggiatura immagineresti per loro?

Ho pensato spesso che il passo successivo sarebbe quello dell’animazione vera e propria, un’arte che ha una forza evocativa straordinaria, ma della quale non ho alcuna esperienza.

Mi piacerebbe collaborare con chi conosce questo mezzo e scoprire le potenzialità espressive di queste figure tramite lo stop motion.

Figure che comunicano emozioni attraverso gli occhi e la propria corporeità fatta di oggetti industriali recuperati, delle storie molto minimali, magari sulla falsariga delle avventure di monsieur Hulot di Jacques Tati.

 

Due loschi giocatori di biliardo
Due loschi giocatori di biliardo

 

Nel tuo operato da architetto credi che in qualche modo il tuo amore per il mostro si sia manifestato?

Durante l’università ho scoperto che c’era una categoria di persone (gli architetti) disposta a pagare perchè facessi ciò che mi è sempre piaciuto: costruire oggetti, modellini, plastici, realizzare idee attraverso le mani. Somigliava molto a quello che ero sempre stato bravo a fare. In milanese si dice “ravanare”, in italiano ci vogliono molte più parole per spiegarlo, suona più o meno come : lavorare in modo compulsivo con attrezzi, oggetti, colori, imbrattando tutto di colla e di vernice. Questo è diventato esattamente il mio lavoro.

In cosa consiste la fase di creazione dei tuoi personaggi, ti adoperi partendo da un progetto cartaceo o parti direttamente dall’oggetto che prendi in considerazione?

Tutto parte da oggetti recuperati nei mercatini o miracolosamente salvati dall’obsolescenza delle discariche.

Il nome di piccola fabbrica di mostri è dovuto al fatto che dal mio laboratorio escono questi personaggi, vagamente antropomorfi, con dei processi che richiamano una mini-produzione industriale come l’ho mutuata dal mio lavoro di modellista. C’è la linea di produzione degli occhi, quella della mani e quella degli arti, i vari reparti di assemblaggio, finitura.

 

laboratorio
Piccola fabbrica di mostri

Stefano Prina : www.piccolafabbricadimostri.it